Diego Armando Maradona, la favola del Pibe de Oro cresciuto poverissimo e divenuto la leggenda del calcio. Ma anche un uomo che, stordito dal successo, non seppe controllarlo

Maradona

Diego Armando Maradona (1960-2020), per molti il numero uno del calcio o meglio il calcio in persona, che incarnava il sogno di una realizzazione a dispetto delle premesse, ma anche l’uomo degli eccessi, del successo fuori controllo, è entrato definitivamente nella leggenda.

Un’infanzia poverissima

Negli anni ’60 ancora bambino, Maradona trascorreva le sue giornate in un sobborgo poverissimo di Buenos Aires, palleggiando tra i vicoli e le automobili. La famiglia non poteva nemmeno permettersi di comprargli un pallone che, infatti, gli fu regalato dal cugino Beto.

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La figura del padre

Maradona, quinto di otto fratelli, raccontava quanto fosse stata importante la figura paterna nell’aiutarlo e incoraggiarlo in quella che sarebbe divenuta una carriera stellare, pur collocata in una vita di eccessi, distorta dall’abuso di droghe. Da piccolo avrebbe voluto che il padre giocasse a calcio con lui; ma accadeva di rado perché troppo occupato a mantenere la famiglia. Lui che, anni dopo, avrebbe pulito gli scarpini al figlio esordiente, nelle giovanili dell’Argentinos Junior. Anche se, come detto, gli eccessi a cui non seppe sottrarsi soprattutto nel dopo carriera, ne hanno caratterizzato anche un’altra immagine, purtroppo ingombrante e certamente meno degna di nota.

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Controverso, ma con un animo generoso

Sebbene, come detto, non in grado di gestire il successo con la cautela che esso comportava, Maradona era d’indole generosa, sin dall’infanzia pronto ad aiutare gli amici. Dichiarava spesso che per lui la sua famiglia d’origine “era tutto”: la madre raccontava che certi giorni fingeva d’avere il mal di pancia per permettere ai suoi fratelli di mangiare anche la sua parte. Ma era anche quello capace di insultare e malmenare giornalisti colpevoli di avergli posto una domanda da lui mal interpretata o di scacciare, con stizza, piccoli fan che gli chiedevano un autografo perché annebbiato dall’alcol.

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Il rapporto con Napoli

Nel 1984, Maradona fu presentato ufficialmente allo stadio San Paolo. Per averlo, il presidente Ferlaino (1931) lo aveva pagato una cifra folle per il periodo: 13,5 miliardi di lire. La sua seconda patria lo accolse in un abbraccio affettuoso, che non lo avrebbe mai lasciato nei successivi sette anni. Periodo durante il quale avrebbe permesso alla squadra partenopea di vincere prima lo Scudetto 1986-87 (battendo in casa la Juventus) e poi la Coppa Italia.

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Il tango di Maradona

Fatto sta che la figura del Pibe de Oro diventò un tutt’uno con il capoluogo partenopeo. Tra i tanti atti di devozione, immancabile nel presepe è l’immaginetta del campione, mentre negli anni ’80 uscì la cassetta con l’Inno di Maradona e il Tango di Maradona, venduta sui banchetti improvvisati per strada a 6 mila lire l’originale e 4 mila quella pirata.

Ma chi sei!? Maradona?

Ora che Maradona ci ha lasciato, che la sua morte ha offuscato i numerosi, variegati e non idilliaci momenti della sua esistenza, resterà comunque il ricordo di un mito nato dal nulla. Un simbolo per i giovani che si sfidano nei campi e campetti improvvisati di calcio, magari dopo l’uscita da scuola e che non possono fare a meno di esclamare di fronte al virtuosismo tecnico di qualche compagno: “Ma chi sei!? Maradona?”.  (E.M. per 70.80.it)

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