1989. Tutti alla ricerca degli introvabili Chrono e Scuba di Swatch venduti a peso d’oro nelle boutique italiane

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Negli anni ’80 li consideravamo solo orologi di plastica da 50.000 lire: buoni per un regalo di compleanno al nipote, come dono alla festa di una amica bruttina o al limite come orologio di fortuna da indossare in spiaggia al fine di non danneggiare il Daytona.

Posh

Ma, improvvisamente, nel 1990 ecco il nostro amico più posh indossare proprio uno Swatch. Stranamente grande e bello: “Cos’è?” – “Ma un Chrono!… come non ce l’hai?”.

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Swatch Group 

Che poi a ben guardare potevamo anche evitare di fare tanto gli snob: fin dalla prima collezione immessa sul mercato nel 1983 gli Swatch erano orologi altamente tecnologici. Nati su progetto di Nicholas Hayek (1928-2010), per tentare di salvare l’industria svizzera dallo strapotere di Seiko, gli orologi erano stati concepiti per essere prodotti automaticamente utilizzando solo 59 componenti (contro i 91 abituali).

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Nomen omen 

Differenti ipotesi sono presenti in rete circa il significato del nome Swatch. Tra esse, “S-econd Watch” (secondo orologio… il nostro caso, ça va sans dire), “S-uisse Watch” (orologio svizzero) o anche “S-imple  Watch” (orologio semplice).

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Successo immediato

Il successo immediato convinse Hayek – fino ad allora consulente – a prendere le redini del gruppo, diventarne CEO e guidare la cavalcata verso la riconquista svizzera al primato mondiale del settore. Primato rimasto incontrastato fino all’introduzione dell’Apple Watch. 

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Scuba 

Ed eccoci al 1989, quando il Deep Blue Variation SDK 100 inaugura la nuova categoria Scuba

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…e Chrono 

…e il magico trio Sand Storm, Skipper Black Friday quella della categoria Chrono. 

Go Viral

Immediatamente si scatena quella che oggi chiameremmo una reazione virale: tutti li vogliono, con la conseguenza che divengono introvabili. 

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Ma Lei scherza? 

Così i negozi di marchio Swatch non li hanno disponibili neppure in vetrina e se li si richiedono ai commessi la risposta è invariabilmente un sorriso di circostanza, accompagnato dalla frase “Chrono? Siamo un negozio Swatch: non ne abbiamo!”. Perché, per trovarli, occorre tenere d’occhio le vetrine delle gioiellerie, dove, pur se proposti a circa quattro volte il prezzo di listino, restano senza acquirente solo per pochissimo tempo. 

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Macy’s, ingresso principale

Macy’s 

L’unico modo di procurarseli, al prezzo corretto, è fare un salto a Manhattan. Da Macy’s, infatti, non solo sono sempre disponibili, ma chi conosce le strade di New York può acquistarne addirittura quattro.

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Massimo due per cliente

Per evitare di terminare le scorte lo store ha infatti limitato a due il numero massimo di orologi acquistabili da ogni singolo cliente. Tuttavia, nello spazio espositivo, esistono due booth Swatch: uno sulla 34esima strada ed uno sulla 35esima. I due booth non hanno un database comune: basta presentarsi arrivando da ciascun ingresso (e non dall’interno dello store, cosa che desterebbe sospetti) per poter acquistare, ad esempio, i chrono sulla 34esima e gli scuba sulla 35esima. 

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Internet time 

Nell’ottobre 1998 arriva invece un prodotto totalmente non virale: alla presenza dell’allora popolarissimo (ma successivamente caduto in disgrazia, neppure sappiamo perché) fondatore dei Media Lab del MIT Nicholas Negroponte (1943) è presentata l’ora universale: l’Internet Time. Con relativa linea di orologi dedicati. 

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1000 . beats al giorno 

Il principio è semplicissimo: anziché dividere il giorno in 24 ore, ciascuna di 60 minuti, 60 secondi, 1000 millesimi, lo si divide in mille “. beats”, uguali in tutto il mondo. Il meridiano di riferimento? Quello di Biel, sede della Swatch.

Nicholas Negroponte

Ci sentiamo alle @254

Si può, in sostanza, decidere di fare una video-chiamata intercontinentale alle @254 senza preoccuparsi di fusi orari o eventuali ore legali. Ogni vecchia ora corrisponde a 41,6 . beats ed ogni minuto a 0,964 . beats. La formula di conversione è dunque semplicissima. Ecco un esempio espresso nel linguaggio “C”: 

 main(){printf(“%03d”,(int)((time(0)+3600)%86400/86.4));} 

Un insuccesso 

Purtroppo l’internet time si rivela un insuccesso, nonostante nel nostro paese RIN (Radio Italia Network) li utilizzasse come segnale orario (su idea di Michael Hammer).

Problematica attuale

Un vero peccato, come avranno notato tutti coloro che durante la pandemia hanno bucato una videoconferenza Zoom proprio per un’incomprensione sull’ora di inizio della stessa. (M.H.B. per 70-80.it) 

 

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