1987. Silvia lo sai, introspettivo successo di Luca Carboni. Manifesto in controtendenza degli edonistici anni ’80

Carboni

Estratta, insieme all’altrettanto nota Farfallina, dall’album Luca Carboni del 1987, Silvia lo sai traccia la storia di una vicenda d’amore adolescenziale.

Luca si buca ancora

Ma annichilita dall’ingresso del ragazzo di Silvia, Luca (nome evidentemente non casuale, anche se la canzone non è mai stata dichiarata come autobiografica), nel tunnel della droga.

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Richiesta d’aiuto a Silvia

Tuttavia, la richiesta d’aiuto verso una Silvia sfuggente (“Aspetta, aspetta debbo parlarti“) nei confronti del suo ex ormai inchiodato in una fase critica del suo percorso autodistruttivo (“Luca è a casa che sta male”) è solo un pretesto di Carboni per tracciare lo standard di vita dei post adolescenti degli anni ’70/80.

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Il percorso distruttivo

“Ehi Luca ne è passato del tempo. Sì, va beh, ma adesso lasciami andare. E non credevo di essere stato violento. Ma ha cominciato a tremare. Mi ha guardato con lo sguardo un po’ spento. Non riusciva a parlare”, è la summa dell’angosciante degrado in cui l’amico è precipitato.

L’amata Bologna

Una vita in una metropoli comune (l’amata Bologna, che profuma “di sera, le sere di maggio“) di un Italia comune, quella obbligata ancora ad andare a “dottrina” senza trovare però risposta ai numerosi perché religiosi (“Un Dio cattivo e noioso, preso andando a dottrina. Come un arbitro severo fischiava tutti i perché”).

Il flagello

Una società giovanile permeata dal flagello della droga (negli anni ’80 piaga ben peggiore di quanto pure lo sia ancora oggi). In un ambiente di periferia celebrato da Carboni con un velo di tristezza: “La maglia del Bologna, sette giorni su sette, pochi passaggi, molti dribbling, quanti vetri spaccati”.

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La Farfallina di Carboni

A metà strada tra la nostalgia della “giovinezza che fugge” ed il noto pessimismo carboniano (che traspare chiaramente anche in Farfallina, così come in altri pezzi storici, come per esempio Mare Mare), Silvia lo sai si conclude a cavallo tra la disillusione e l’angoscia.

Non dovevamo andare lontano?

Con la famosa strofa: “E adesso come facciamo? non dovevamo andare lontano?”. Comunque senza speranza in un futuro all’altezza delle aspettative.


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