Anni 60. Il salvadanaio: primo approccio con l’economia. In tutti i sensi

salvadanio

La guardavamo con scetticismo: quella cassaforte in miniatura, che i grandi ci avevano generosamente donato con l’intento di non farci essere troppo generosi coi nostri risparmi, dicevano si chiamasse Salvadanio.
Perché salvadanio e non salvadanaro?  Non ce lo sapevano spiegare (di norma): si chiamava così e basta.

Salvadanaio e salvadanaro

In realtà – lo avremmo scoperto solo in questi anni, grazie a Wikipedia – si poteva chiamare anche salvadanaro. Solo che tale termine era desueto.
Nella sua forma tradizionale il salvadanio era un porcellino, di ceramica o porcellana (guarda caso), con una fessura superiore dove far entrare le monete. E per godere del contenuto, almeno nella sua caratterizzazione iniziale, doveva essere rotto (si trattava di un deterrente, non di una tendenza consumistica in nuce).

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Del porcellino non si butta via nulla

Evidentemente di genesi contadina (“del maiale non si butta nulla”), nell’emergente cultura metropolitana dell’Italia degli anni ’60 (quella, non a caso, del boom economico), il porcellino aveva lasciato lo spazio alla cassaforte in miniatura.

Generosità bancaria

Sempre generosamente offerto dall’istituto bancario di famiglia o dalla compagnia di assicurazione rappresentata dall’affabile agente con impeccabile completo grigio che aveva garantito sicurezza e tranquillità ai nostri speranzosi genitori, il salvadanio in metallo aveva alcune caratteristiche imprescindibili.

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Inviolabile ed inclonabile

Era robustissimo e inviolabile, come se dovesse contenere chissà quali preziosità.
Aveva un manico altrettanto robusto per un chissà quale improbabile trasporto (visto che rimaneva sempre nello stesso posto).
Era numerato, per scongiurarne la clonazione.

La tenuta contabile

Aveva però un problema: la sua inviolabilità, derogabile solo dal gestore della chiave, rendeva ardua la tenuta contabile, che veniva spannometricamente determinata scuotendolo o sommariamente pesandolo. Se, oltre alla pesantezza, il movimento non produceva un animoso rumore di shake di monete, significava che l’ex porcellino era al limite della capienza. E quindi era pronto per l’apertura.

L’economia che (non) gira

Che, però, non significava poter spenderne il contenuto, ma versarlo sul conto corrente personale/libretto di risparmio o altre amenità bancarie. Insomma, il primo approccio con l’economia ci aveva insegnato qualcosa di molto importante: il nostro risparmio è soprattutto un affare… per gli altri.

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