Noi ragazzi degli anni 60 e 70 con in tasca il seme del cellulare: il gettone telefonico

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In tasca non avevamo il cellulare, ma ciò da cui sarebbe cresciuto: il gettone telefonico.
Almeno uno, nel borsellino, ma, di norma, complice l’angosciante teleselezione modello slot machine, un sacchettino era opportuno. Quella che, per fare una chiamata ad un prefisso diverso, ti impoveriva.

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Niente piani di consumo e tariffe flat

Non c’erano schede, abbonamenti, piani tariffari: se volevi telefonare al fidanzato/a lontano non solo da orecchie indiscrete familiari, ma anche dal tuo prefisso, dovevi munirti di un sacchetto di gettoni e cercare una cabina telefonica dove rinchiuderti per sussurrare in santa pace.

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Cabine riservate, torride, gelide ed antiprivacy

Negli anni ’60 e ’70, di cabine ce n’erano di vari tipi: inizialmente quelle nei bar e locali pubblici, ovattate e riservate. Poi quelle all’aperto, poco insonorizzate e soprattutto torride d’estate e gelide d’inverno.

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Semisfere

Una via di mezzo sarebbe arrivata alla fine degli anni ’70, con le semisfere appese al muro, invero poco allineate alle esigenze di privacy. Le più “gettonate” erano quelle remote, poco frequentate e quindi sfruttabili ad oltranza.

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Fila prima e dopo

Poi c’era sempre il problema della fila, prima e dopo: quella cui dovevi sottostare e quella che creavi con le tue infinite sessioni.

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Ghiacciolo o fidanzato/a?

E mica era economico: un gettone costava come un ghiacciolo. Ma durava molto meno dello stesso…

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